Musique d'intro : African Dream (Soweto Gospel Choir)

 

LA « VISIONE » D’ASER

 

IL PROBLEMA : 30.000 bambini abbandonati nelle strade di Kinshasa, triste esempio tra tante altre realtà simile nel mondo d'oggi. Eredità di una mondializzazione senza coscienza ? Abbandono delle responsabilità dei genitori ? Testimonianza di una decadenza ineluttabile , preludio di una crisi globale senza precedenti? Che fare di fronte a questa realtà ?

 

LA SFIDA : Chi sarebbe in grado di cambiare le cose? Cosa possa fare io, come individuo ? Cosa fanno le associazioni ? I governi ? Le ONG ? La sindrome della montagna insormontabile : chi non abbasserebbe le braccia… ?

 

SALVO CHE… I grandi alberi nascono da un piccolo granello : necessita solo di tempo, di spazio, e un apporto regolare. Non si può trovare una dinamica, une'idea, analoga al principio degli organismi viventi ? Se ogni bambino potesse avere una famiglia che lo sostenesse a distanza sino al momento della sua indipendenza professionale… e se questa famiglia ne trovasse un'altra disponibile a entrare nella medesima visione (adottare a distanza e trovare un'altra famiglia a sua volta)… la moltiplicazione permetterebbe di realizzare l'impossibile: all'inizio non sembrerebbe (2, 4, 8, 16, ...), ma dopo 15 passaggi si passa già le 32.000!

 

SI, MA… C'è bisogno di strutture, della logistica, del personale in loco,  vicino a questi bambini! Questo non si fa tutto da solo ! Non bisogna sognare…

 

DELLO SPAZIO, DEL TEMPO : E' proprio come per il nostro albero. La crescita progressiva permette all’albero di adattarsi all'ambiente, e l’ambiente all’albero. Alla base siamo cristiani, dunque contiamo su Dio : fonte di saggezza e di forza, d’aggregazione e di convinzioni profonde. Senza un aiuto al di sopra dei nostri mezzi umani non ne varrebbe la pena, ma  al contrario, constatiamo che Dio è là, e agisce ! Bisogna solo rimanere allineati ai principi base della vita: iniziare in piccolo, stabilirsi nell'ambiente, non agire da soli, e credere che un problema insormontabile può sempre essere sormontato da una soluzione più grande.

 

SUPPONIAMO CHE : Ogni bambino ha la sua famiglia adottiva a distanza - e ogni famiglia ha il suo bambino. Non solamente c'è un regolare sostegno, ma anche un contatto: il bambino ha bisogno di denaro, certamente, ma anche di uno sguardo d'affetto ; possiamo offrirgli le due cose se lasciamo parlare il nostro cuore. Non ci resta che dotarci dei mezzi per fargli arrivare questo sostegno, questo amore, trasformando la distanza in prossimità : dei missionari sul posto, delle strutture, delle squadre, della logistica…

 

SI, MA… Ancora : Come si può sapere se funzionerà veramente ? E se questo aiuto, queste persone, queste strutture non saranno là al momento convenuto? Che spreco sarebbe in campo umanitario! In cosa ASER farebbe eccezione ?

 

ECCO DOVE LA FEDE INTERVIENE : Alcuni partono in viaggio con tutto nei loro bagagli ; altri contano su quello che riceveranno per strada. Noi vogliamo essere tra questi ultimi: creativi come altri, ma fiduciosi in Dio che può tutto e che afferma che l'essenziale della religione è di soccorrere l'orfano, la vedova, lo straniero - perché chi lo fa, lo fa a Gesù stesso - quel Gesù che ha conosciuto anche lui la marginalizzazione, l'allontanamento e l'abbandono. E' Dio che farà la differenza : è su di Lui che contiamo.

 

E FINO AD ORA, HA FUNZIONATO : questo aiuto, queste persone, queste strutture, sono sempre state presenti nel momento convenuto. Ad oggi sono un centinaio i bambini seguiti, con più di un centinaio di famiglie che ci accompagnano in questa missione. Due missionari sono oggi sul posto, decine di collaboratori (educatori, cuciniere, responsabili diversi) operano a fianca dei nostri bambini, spesso ricompensati con un piccolo salario. Vorreste unirvi a noi, donando così una nuova dimensione non solamente alla vita di questi ragazzi, ma anche alla vostra?

 

LA NOSTRA RICOMPENSA ? La gioia. Questa gioia inespugnabile d'assistere alla nascita  della gioia nel cuore di chi si ama. Noi pensiamo in effetti, che è solamente nel cuore di un altro che possiamo trovare la nostra felicità - la stessa felicità che gli abbiamo offerto. « C'è più gioia nel dare che nel ricevere… »


La testimonianza di Mouna

Occorre che vi racconti la storia di Mouna affinché possiate comprendere.

La storia inizia con Dio perché Dio è sempre al principio di tutte le storie. Fa nascere Mouna, una piccola ragazza. Ma i suoi genitori erano delusi perché volevano avere un ragazzo. Suo papà era tunisino e sua madre francese e per i tunisini è molto importante avere un figlio maschio. Malgrado la loro delusione, gli hanno dato il nome di Mouna che vuole dire in arabo "speranza". All'età di 3 anni e mezzo, i suoi genitori l'hanno portata in Tunisia dai suoi nonni paterni e l'hanno lasciata laggiù. Sono poi ritornati in Francia con gli atri 2 bambini.
 
Perché i suoi genitori hanno fatto ciò? Perché nella cultura magrebina è molto corrente lasciare un bambino a qualcun'altro della famiglia, ed anche perché Mouna era molto malata ed essi pensavano che sarebbe  stata meglio al sole.
 
Ma Mouna si è sentita abbandonata. Si è ritrovata in un paese differente, con gli odori, le persone ed una lingua sconosciuta! E poi senza i suoi genitori.
 
Due anni più tardi, i suoi genitori sono venuti in vacanza in famiglia. Mouna era molto felice. Sperava che i suoi genitori venissero a cercarla. Faceva tutto ciò che poteva fare piacere ai suoi genitori. Ma alla vigilia della loro partenza in Francia, sua mamma le ha chiesto se voleva che la svegliassero per darle un saluto prima della loro partenza. Ma quando Mouna si svegliò l'indomani mattina, erano tutti partiti. Sua madre non l'aveva svegliata: era rimasta di nuovo sola!
 
Penso che vedere questa sofferenza doveva essere penoso per Dio;  ma bisognava che fosse abbandonata. Occorreva che vivesse tutto ciò, affinché un giorno comprendesse il dolore dei bambini abbandonati.
 
Più tardi i genitori di Mouna si installarono in Tunisia. Mouna non li voleva nel suo cuore... Ma poco a poco si lasciò addolcire da sua madre. Era l'ultima speranza di poter cambiare la sua storia. Amava sua madre più di tutto, e cominciava a credere che il suo amore era ricambiato.
 
Fino ad una sera fatidica dove, dopo una disputa, sua madre lasciò la casa dicendo che non sarebbe più ritornata! Per Mouna, era insopportabile:  aveva creduto che tutto poteva ricominciare che di nuovo veniva abbandonata! Questa madre che iniziava ad amare, partiva ancora! Allora gli corse appresso, disperata e terrorizzata, supplicandola piangendo di non abbandonarla di nuovo. Non c'era niente di logico nella sua testa, aveva solo paura, non voleva più che la solitudine ricominciasse!
 
Ma sua madre non comprendeva. La respinse e le disse di lasciarla, di rientrare a casa. Un uomo incominciò a parlare con sua madre, allora Mouna fece marcia indietro, sola. E in quel momento smise di piangere, facendosi promessa che non avrebbe mai più permesso ai suoi genitori di fargli del male abbandonandola di nuovo. Decise che a partire da quel  momento sarebbe stata sola per tutta la sua vita.
 
Non sapeva che era una maledizione per lei, che Satana andava a sigillare le sue parole affinché si realizzassero nell'avvenire. A partire da quel momento, fu orfana.
 
Tutte queste cose hanno fatto si che l'abbandono si ancorasse nel suo cuore. Era solamente un oggetto che nessuno voleva.
 
Allora, quando a 9 anni apprese che c'erano dei bambini orfani, fece la promessa che un giorno avrebbe adottato tutti gli orfani della terra. E  anche questa parola fu sigillata nel cielo e sulla terra! Era la "speranza"  di Mouna:  il senso della sua vita, adottare tutti i bambini abbandonati del mondo. Questo era anche, senza saperlo, la speranza che qualcuno l'adottasse...
   
La storia di Mouna sarebbe ancora lunga da raccontare:  la partenza in Francia quando aveva 10 anni, lo sradicamento del suo paese, la separazione da suo padre. Lo shock dell'integrazione in Francia, degli anni di adolescenza riempita di odio, di solitudine, di povertà, di vagabondaggio, di delusioni... Fino al giorno dove, arrivata alla fine, cercò di morire.
 
Sparire. Non volere più vedere questa vita.
 
E là Dio è intervenuto. Nel momento in cui tutto sembrava finire, dove la "speranza"  era morta. In quel momento, il suo Papà celeste è intervenuto e ha salvato Mouna! Tanto quanto il passato era pieno di sofferenza, tanto prese piacere a ricominciare. Un giorno un libanese cristiano disse a Mouna che in arabo il suo nome voleva dire "desiderata" e non "speranza". Mouna si arrabbiò contro di lui, non aveva il diritto di venire a cambiare le cose! Ma Dio l'ha fermata e le ha fatto comprendere il senso. Il suo nome era stato "speranza", speranza di una vita migliore, diversa. Adesso, la sua speranza si era avverata perché ora era desiderata, scelta, voluta, amata. Desiderata nel cielo e sulla terra. Perché Dio ha amato darle delle radici: un papà, una casa, delle sorelle, dei fratelli, una chiesa, un'equipe che crede in lei...
 
Mouna era un tronco d'albero senza vita che non aveva forza perché senza radici! Ma al tempo segnato da Dio, il tronco fu innestato in radici profonde ed eterne, quelle della famiglia di Cristo.

 

 
Un tronco che ha delle radici deve obbligatoriamente produrre dei frutti.
 
Un giorno, Dio ha ricordato a Mouna il suo sogno da bambina: "Un giorno, adotterò tutti gli orfani del mondo". È venuto a cercarla, lei, questa piccola ragazza abbandonata che osò fare un sogno molto più grande di lei. Dio si è ricordato di lei, piccola ragazza abbandonata, dimenticata nel tempo, lasciata in balia di nessuno. Ma per Dio, questa piccola ragazza dai sogni troppo grandi per lei, esisteva.
 
Dio si è compiaciuto di salvarla, lei inizialmente. Si è compiaciuto ad amarla sempre più. L'ha semplicemente adottata! Affinché la sua vita sia un esempio per migliaia di altre vite. Occorreva che la ferita dell'abbandono fosse profonda, incurabile dal punto di vista umano, affinché migliaia di bambini venissero a riempirla con i loro sorrisi e  con la loro vita.
 
Per questo occorreva anche un uomo, che da anni aveva la visione dell'adozione. Colui che Mouna ha ricevuto non solo come padre spirituale, ma anche come suo papà adottivo:  Erik, dove Dio ha permesso che Mouna potesse costruire la sua identità in quanto persona umana.
   
Difatti occorreva che per mezzo di lei, per mezzo del suo vissuto, altri bambini si aggiungessero alla vita eterna, affinché l'abbandono sia sostituito dal mistero dell'adozione, un'adozione proclamata non solo nel cielo, ma anche sulla terra.
 
Il Signore ha scelto di salvare i bambini abbandonati di Kinshasa. L'ha deciso nel suo consiglio segreto nei tempi eterni. Dio lo farà.
 
Lo farà attraverso noi, se lo vogliamo;  ma in ogni modo, lo farà! Come Mardocheo l'aveva detto ad Esther: "L'Eterno salverà comunque  i giudei;  ma chi sa se non sei diventata regina, tu, proprio per questa ragione?" Il Signore non è a corto di mezzi affinché quelli che vogliono fare parte della storia, ci possano entrare, scegliendo di fargli pienamente fiducia.
   
Poi si è costituita Aser...
 
Aser non poteva essere che una storia di adozione.
Innanzitutto, perché Dio è un Padre che ci adotta. Un Padre non fa solamente da garante, ma fa molto più:  adotta, ama sino alla fine.
Successivamente, perché era il sogno di questa piccola ragazza:  "quando sarò grande, adotterò tutti gli orfani del mondo".
Ma come poteva adottarli da sola? Era umanamente impossibile.
 
Stranamente, il Signore aveva già preparato ogni cosa. Tutto è iniziato con la sua propria adozione. Dolorosa e lunga. Poi con l'adozione di altri suoi fratelli e sorelle. Delle adozioni che cambiavano le loro vite che facevano guarire e cambiare nel profondo. Parecchie vite sono state strappate alla morte perché c'è un papà che crede in essi e li ama senza stancarsi. Il campo di Dio è pronto, l'humus è favorevole. Chi può crederci se non quelli che l'hanno vissuto? 
 
Nell'estate 2005, durante il suo terzo viaggio di un mese a Kinshasa, Mouna e altri hanno raggruppato i bambini scolarizzati. Erano una trentina, il terreno brulicava di bambini. Mouna li guardava stupita ed allo stesso tempo si domandava:  ma che cosa farà Dio? Come è possibile che siano così numerosi mentre lei non era ancora installata in loco? Per lei, sembrava che fosse sufficiente, poteva occuparsi con gioia di questi 30 bambini per i prossimi anni.
 
La sua domanda è rimasta senza risposta sino al ritorno da questo viaggio, quando Erik le comunicò la sua visione. Aveva dimenticato, ma il Signore no:  aveva chiesto una moltitudine di bambini, numerosi come le stelle del cielo. Il suo piano si stava realizzando: a Kinshasa, ci sono 30.000 bambini nella strada. Il piano di ASER e soprattutto quello di Dio sono questi 30.000 bambini abbandonati.
 
Il principio è semplice:  ogni famiglia di adozione - morale e spirituale  - ama e si impegna per il suo bambino. Lettere, mail, regali, visite, foto... tutte le idee sono buone per mostrargli l'affetto, l'interesse, il legame. La famiglia di adozione avrà un bambino da amare, non 1000 ma uno.
 
L'originalità di Aser è di impegnarsi non solo ad adottare un bambino, ma anche a cercare una nuova famiglia di adozione: ogni anno, questa famiglia ne va a cercare un'altra che, a sua volta, adotterà un altro bambino; affinché questo si possa realizzare, la prima famiglia spiegherà alla nuova la visione, l'impegno, la serietà del cammino intrapreso.
 
Così ogni anno il numero di bambini e di famiglie crescerà, per riuscire a occuparsi di tutti i bambini. È il piano di Dio:  si avvererà al momento giusto.

La storia di Matondo

Sono le 17h30. Matondo si precipita nel primo autobus che vede. Ripete la stessa giornata di sempre, come ogni sera   Da 5 anni, è impiegato in una equipe di avvocati che aiutano i bambini presi nella strada dalla polizia, e poi incarcerati. Questo perché hanno commesso un furto, un crimine, o talvolta senza nessuna ragione, semplicemente perché vivono nella strada.   Oggi, si è spostato in prigione per andare a vedere un adolescente che è stato fermato in seguito ad un furto su un mercato della città. Come d'abitudine, non ha aspettato a difendere la causa dell'adolescente in tribunale, ma è andato direttamente a negoziare con il direttore della prigione. Ogni ora passata in prigione è sinonimo di pericolo:  lasciati in balia della violenza dei più grandi, degli adulti, lo stupro è spesso la moneta corrente in uso nella prigione. In quel luogo non vengono dati pasti e solo quelli che hanno una famiglia riescono a mangiare.   Per questo adolescente, come per tutti quelli che provengono dalla strada, si deve agire il più velocemente possibile.
 
La negoziazione col direttore della prigione è stata lunga, ovviamente sul prezzo da pagare! Matondo conosce bene il direttore, ma ne chiede sempre di più! Questa volta, non ha la somma di denaro che il direttore chiede, ma il suo talento di negoziatore ha saputo colmare la mancanza di soldi.
 
Nel momento in cui escono insieme dalla prigione, Matondo consegna al ragazzo un foglio su cui è scritto l'indirizzo della Maison de l'espoir (Casa della speranza). Gli spiega che potrà trovarci delle persone che sono a disposizione per aiutarlo se lo desidera e che questa casa accoglie i bambini della strada.   Occorre a Matondo circa 1h30 per ritornare a casa sua. Tuttavia la distanza che deve effettuare non è poi così grande, ma è la stagione delle piogge, e le pozzanghere trasformano la strada in un vero percorso da combattenti. Tutti i passeggeri sono comunque ben sistemati nell'autobus e ciò impedisce di cadere l'uno sull'altro. Matondo arriva infine a casa sua, fa segno all'autista, paga il trasporto e scende dall'autobus. Il caldo in questa stagione è pesante:  fa piacere non essere più stretto come in una scatola e di ritrovarsi all'aria aperta anche se umida.
 
Deve passare ancora in qualche viuzza prima di raggiungere il suo terreno. Vive in un quartiere della città molto modesto. Matondo è sposato ed ha 2 bambini.
 
È tardi, fa già notte quando Matondo arriva vicino a casa sua. Gli resta solamente alcuni passi a fare per entrare nel suo campo.   E' in quel momento che vede quel bambino, appoggiato al muro che circonda il suo terreno. Matondo, senza paura, si avvicina. Vede allora due occhi socchiudersi leggermente che iniziano a guardarlo. Poi si richiudono... Il bambino non deve avere più di 10 anni. Piedi nudi, solo una vecchia T-shirt bucata e sporca gli coprono la metà del corpo. Si possono vedere le numerose cicatrici che ornano il suo piccolo corpo, segni della violenza nella quale vive.   Matondo si rende rapidamente conto che il bambino è drogato, certamente con il Valium o con la cannabis. Drogarsi è una pratica ordinaria tra questi bambini: ciò permette loro di evadere alcuni istanti fuori dalla loro miserabile vita. Matondo, stanco, esita a fare qualcosa di più. Spossato, la sua giornata passata col capo della prigione a trattare l'uscita dell'adolescente, gli fa venire voglia di ritornare a casa velocemente e di riposarsi. Comincia allora a prendere la via verso casa sua, lasciando il bambino là, semi incosciente. In ogni modo, questo bambino non è né il primo né l'ultimo a vivere così, può aspettare un giorno di più, che Matondo si sia riposato! Ma in quel momento un combattimento violento inizia nel suo cuore:  la sua stanchezza e il non poterne più di battersi per gli altri, si scontrano con una profonda emozione che prova nei confronti di questo bambino. Non potendo respingerla, decide di ritornare verso il piccolo. Lo carica sulle sue spalle. Non è non più pesante di un sacco di riso!   Le persone delle case vicine che assistono alla scena sono stupite dall'atteggiamento di Matondo, sono in balia tra l'incomprensione e la collera. Il rispetto che hanno per Matondo, conosciuto nella strada per la sua dolcezza, la sua equità, e la sua volontà di giustizia, li impediscono di venire ad aggredirlo, ma questo non impedisce di farsi delle domande:  Perché porta questo bambino in casa sua? Si sa bene che questi bambini della strada sono solamente dei mascalzoni, che trascorrono il loro tempo a rubare, e che, se sono nella via, è solo colpa loro! Aiutarli sarebbe un crimine mentre noi, non abbiamo nemmeno i mezzi per sfamare e scolarizzare tutti i nostri figli!
 
Matondo, sempre in combattimento nel suo cuore, apre il cancello e si dirige verso casa sua.  
La sua casa non è molto grande, ma ha saputo arrangiarla per poterci vivere bene. I figli di Matondo stanno facendo il loro dovere, e sua moglie cucina dietro la casa.   Matondo lascia il bambino sulla soglia della porta, il tempo di andare a togliere il suo abito di lavoro e di mettersi a suo agio con dei pantaloncini. Quando ritorna, il bambino apre e richiude uno dopo l'altro gli occhi, gemendo.
 
Alcuni minuti più tardi, il bambino ritorna in sé, apre gli occhi, e vede Matondo al suo fianco. Non sa cosa ci fa lì, né tantomeno come ci è arrivato! Matondo si presenta. A questo punto, il bambino si ricorda perché è venuto davanti a casa di Matondo: un adulto che lo proteggeva gli aveva parlato di lui dicendo che si occupa dei bambini della strada.
 
Viene la notte...  poi il suono della musica della chiesa del quartiere sveglia il bambino. Matondo si siede al suo fianco e là, tutto il suo passato gli ritorna bruscamente.   Attraverso il volto di questo bambino, si rivede quando era più giovane...     Era fuggito da casa sua quando aveva 13 anni. I suoi genitori non riuscivano più a sfamare la famiglia, ed il giorno in cui sua madre è morta, suo padre così come i suoi nonni l'avevano accusato d'averla uccisa. Per non subire più i loro maltrattamenti, era fuggito. Là aveva iniziato la sua vita di bambino della strada. Imparare a battersi, a trovare il  cibo, imparare a dormire con un occhio solo per evitare possibili stupri, bruciature, colpi...  Diventando violento a sua volta per mostrare la sua forza ed ottenere anche lui dei favori, vivendo alla giornata, passandola a cercare il cibo di cui aveva bisogno, il denaro per acquistarsi la sua dose di Valium:  ecco qual'era il suo quotidiano!   Una vita talvolta inebriante, piena di libertà, senza regole, dove tutto è permesso!   …Fino al giorno in cui sentì parlare da un altro "shégué" (termine per indicare un bambino della strada abbandonato dai genitori e spesso accusato di stregoneria (http://fr.wiktionary.org/wiki/Shégué ) - ndt), di un centro di alloggio che accoglieva i bambini della strada. Aveva appena passato un anno e mezzo nella strada, e gli avevano detto che in questo centro si offrivano ogni tanto dei pasti. È là che incontrò Mamma Hélène, una grande signora che gli sembrava molto ricca. Era accompagnata da una "mundele", una donna bianca che si chiamava Ya Mouna. Matondo aveva pensato al denaro che avrebbe potuto ottenere da loro!
 
Col tempo e le visite della grande signora accompagnata della "mundele", l'amore, che queste manifestavano per i bambini, fece una piccola breccia nel cuore di Matondo, indurito da una lunga vita passata nella strada e molti mesi maltrattato in famiglia.
  Un giorno, la mundele gli propose di riprendere la scuola. Non esitò. Non tanto per la volontà di istruirsi, ma piuttosto per il desiderio di essere stato scelto, di contare in qualche modo! Durante un anno andò a scuola, non lontana dal centro, provando bene o male ad aggrapparsi alle nuove regole della scuola. Ya Mouna, la mundele, gli aveva detto che una famiglia in Francia si occupava di pagare i suoi studi ed il suo cibo, che le cuoche preparavano in particolare per lui ed i suoi compagni scolarizzati. Capitava spesso che Ya Mouna portasse delle foto di questa famiglia che lo sosteneva e alcune volte anche delle lettere. Ognuno di quei momenti erano preziosi, perché aveva l'impressione di esistere veramente per qualcuno. La gioia gli riempiva il cuore, e talvolta aveva la speranza inconfessata di un avvenire diverso da quello che lo aspettava! Ma molto rapidamente, la gioia spariva ed il combattimento della vita quotidiana sostituiva questa speranza e questi piccoli momenti di gioia.   Un giorno, Ya Mouna e Mamma Hélène gli proposero, con altri bambini scolarizzati, di venire a vivere in una casa da loro. Accettò subito! Con i suoi compagni, l'avevano chiamata "Maison de l'espoir" (la Casa della speranza"). Tutti quelli che vivevano in questa casa erano, come lui, sostenuti da famiglie in Europa. Il suo sogno era di ottenere molto denaro, e di venire un giorno in Europa!
 
Restando vicino a queste due donne, avrebbe forse avuto la fortuna di realizzare il suo sogno... La sua famiglia viveva in Francia. Gli scriveva spesso, ma lui non rispondeva che di rado, salvo quando gli si chiedeva esplicitamente di rispondere. All'inizio questa famiglia rappresentava solamente un mezzo per avere del denaro, non aveva un vero contatto con la famiglia. Ya Mouna, lei, invece era qualcuno di concreto!     Ma le lettere continuavano ad arrivare, i piccoli film della sua famiglia, scavarono un po' più nella breccia aperta dalle due donne nel cuore di Matondo.
 
Due anni passarono nella casa con gli altri bambini. Due anni difficili nel corso dal quale bisognava imparare a rispettare delle regole, a rispettare gli altri, a non battersi... Ma anche due anni che lasciavano intravedere un nuovo avvenire.
 
Un giorno Mouna gli parlò seriamente; gli raccontò la sua testimonianza:  come era stata abbandonata dalla sua famiglia, ritrovandosi sola. Era la ragione per la quale era oggi così tanto legata a loro, ed essi erano la ragione per la quale era partita dall'Europa. Gli aveva raccontato anche chi l'aveva salvata veramente: aveva avuto un nuovo papà, una nuova famiglia, era stata amata ed aveva compreso che Dio l'amava più di tutto.
 
Questo messaggio aveva toccato in profondità Matondo e l'aveva riportato a ricordi dolorosi: la perdita della sua famiglia, la sofferenza dopo la morte di sua madre, la speranza dimenticata di avere qualcuno che l'amasse veramente e su cui poter contare. Ma, non esternava molto. Le reazioni di difese messe in atto durante gli anni, non erano facili da lasciare.   Qualche tempo dopo, Matondo lasciò la Maison de l'espoir (Casa della speranza) per andare a vivere con Ya Bertrand, un ragazzo che aveva vissuto a sua volta nella strada, ma che oggi aveva una moglie, un mestiere, una casa. Andava a vivere con Ya Bertrand, sua moglie e altri giovani, come in una vera famiglia. È proprio in quel periodo che iniziò a vivere la svolta della sua vita.
 
La sua famiglia europea era venuta a trovarlo, proprio lui! Era una giovane coppia che viveva e lavorava a Cannes. Si chiamavano Marie e Frank e non avevano ancora bambini. Tutte le lettere scambiate, le parole nei film, diventavano improvvisamente realtà. Li aveva di fronte a lui! I 10 giorni che passarono insieme furono indimenticabili, ancor più : iniziava a vivere da Ya Bertrand e sua moglie, questa famiglia gli ridava improvvisamente il suo ruolo di bambino.   Era vero, aveva una famiglia! Passarono numerose ore a discutere insieme, Ya Bertrand assicurava la traduzione in Lingala. La coppia gli spiegava che tutti e due pregavano ogni giorno per lui, che la sua foto era da anni allo stesso posto, che faceva proprio parte della loro famiglia, che non avevano smesso di pensare a lui. Matondo non aveva conosciuto mai una tale devozione, un simile amore. Il suo cuore quasi esplodeva, mettendo in evidenza tutto quello che era mancato nel passato, tutto quello che aveva sofferto.
 
Certamente, sapeva che la vita gli avrebbe riservato dei momenti difficili, ma era amato ed aveva una speranza reale.
 
Col passare del tempo, la famiglia aveva avuto 3 fratelli e Frank e Marie l'avevano ogni volta fatto partecipe delle nascite e Matondo li consideravano veramente come i suoi piccoli fratelli e sorelle. Avevano fatto anche una montaggio fotografico, dove era con i tre bambini, come se fosse stato presente!   Il denaro che Marie e Frank davano per la scuola ed il cibo, gli aveva permesso di fare gli studi di cui sognava da piccolo:  diventare un avvocato brillante, guadagnare bene per viaggiare ovunque. Ma il tempo andava a cambiare il suo scopo...   Arrivato al momento di scegliere tra il diritto internazionale o orientarsi verso un ramo più locale, il combattimento era iniziato rabbiosamente. Le domande venivano nella sua testa:  doveva realizzare il suo sogno, le sue ambizioni? Ma che cosa doveva fare di quella piccola voce che gli diceva di non dimenticare da dove veniva e di non dimenticare ciò che aveva ricevuto? Scacciare per sempre il bambino della strada che si nascondeva dentro di lui, o al contrario mettere a profitto la sua esperienza per quelli che erano ancora nella strada?   Fece la sua scelta. Sì, voleva essere grande, ma lo diventava donandosi agli altri.
 
Dopo avere ottenuto il suo diploma universitario di diritto civile e penale, aveva incontrato quella che sarebbe diventata sua moglie, anche lei avvocato. Si incontrarono in seno ad una equipe di avvocati creata da un'associazione cattolica nella quale lavora ancora...
 
Guardando ora questo piccolo bambino così rannicchiato sotto il suo braccio, Matondo ripensa alla gioia che ha di avere i suoi figli in sicurezza, alla gioia di poterli proteggere, di farli crescere nell'amore. Ciò non è stato sempre facile ed i suoi bambini sono stati spesso una sfida contro il passato, riportandolo sovente alla sua vecchia condizione, alla paura di non arrivarci, di non essere capace di dare ai suoi propri figli ciò che gli aveva tanto mancato.   Ora, ripensando particolarmente alla sua vita passata con Ya Bertrand, un'idea iniziò a frullargli per la testa: e se fosse il suo turno? Se fosse arrivato il momento di restituire ciò che aveva ricevuto? Se potesse accogliere questo bambino nella sua famiglia come lui lo era stato alla Maison de l'espoir (Casa della speranza) e poi da Ya Bertrand? Questo diventò evidente, come una convinzione profonda. Guardando sempre il bambino, il suo cuore si riempì di una emozione particolare, come se scoprisse che quel bambino fosse il suo!
 
Si ricorda di ciò che Ya Mouna gli aveva detto mentre era ancora un adolescente:  gli diceva che il suo sogno era di vederlo prendersi a cuore di altri bambini quando sarebbe stato più grande e di adottare a sua volta uno, o forse molti bambini, come lo era stato a suo tempo.
 
Ma come fare?! Il suo stipendio non bastava a mantenere un altro bambino. Ma divenne chiaro per Matondo che questo bambino doveva vivere con lui e la sua famiglia.   Matondo chiama Ya Bertrand e lo mette al corrente della situazione. Ya Bertrand è sempre in contatto con l'associazione in Francia che si incarica di trovare delle famiglie. Queste potranno sostenere dei bambini o aiutare una famiglia a Kinshasa a provvedere ai bisogni di un bambino che hanno accolto.
 
Ya Bertrand spiega a Matondo che alcuni dei compagni che vivevano con lui alla Maison de l'espoir (Casa della speranza) hanno già intrapreso un tale passo tra cui Talino. Anche se non lo vedeva da molto, sentire il suo nome lo riportava ancora una volta a tutto il suo passato. Ya Bertrand spiega che Talino ha accolto in casa sua 2 bambini della strada.   Aspettando di potere trovare una famiglia in Europa che potrà aiutarlo a provvedere ai bisogni di questo bambino, quest'ultimo va a vivere alla Maison de l'espoir (Casa della speranza) che serve come luogo di transizione per i bambini della strada. Durante questo tempo, Matondo passa ogni giorno alla Maison de l'espoir (Casa della speranza) per vedere il suo piccolo.
 
Alcuni giorni più tardi, Ya Bertrand chiama Matondo per dirgli che è stata trovata una famiglia, e che può subito prendere il bambino in casa sua.   Questa visione di cui aveva sentito parlare quando era più giovane, si concretizzava davanti ai suoi occhi, e questa speranza e questo amore che l'avevano fatto rivivere, poteva trasmetterlo. Inizia un cammino per questa nuova famiglia, ma apre anche una speranza per i bambini che restano ancora nella strada...